Donna Karen

Chang Mai ( Thailandia 2018 )


“Ho chiesto di vedere i cadaveri e quando me li sono trovata davanti ho perso il mio cuore” è con queste parole che Daw Pyone May descrive, in un dossier di testimonianze consegnato alle Nazioni Unite, il momento in cui riconobbe cinque membri della sua famiglia tra le vittime di un attacco dell’esercito birmano al suo villaggio. La sua è solo una delle oltre 95 storie di donne raccolte e documentate per denunciare la violenza a cui, da ormai settant’anni, è sottoposta l’etnia dei Karen. Nel documento si leggono quasi solo storie di donne, sì perché gli uomini nei villaggi Karen non ci sono, ci sono bambini piccoli e donne; tante donne di ogni età e quasi tutte portano i segni della pulizia etnica tutt’ora in atto. Gli uomini sono morti, sono scomparsi o sono nella foresta ad ingrossare le file della guerriglia dell’Unione Nazionale Karen contro l’esercito regolare del Myanmar.

Quella dei Karen è la guerra per l’indipendenza più lunga della storia e probabilmente una delle più sconosciute. È dal 1949 che questo popolo, che vive in una striscia di giungla tra il Myanmar e la Thailandia, aspetta l’indipendenza promessa dal governo dell’ex Birmania.

Ex colonia inglese nel 1947 la Birmania ottenne formalmente l’indipendenza e il presidente Aung San (padre dell’attuale presidente Aung San Suu Ky) stipulò con i capi delle 23 etnie presenti nel paese un accordo che garantiva larga autonomia e pari diritti alle minoranze e la possibilità nell’arco di dieci anni di decidere se rimanere all’interno dello stato della Birmania o rendersi indipendenti. L’accordo e la democrazia in Birmania durarono pochissimo infatti lo stesso anno il presidente venne assassinato e si instaurò una dittatura militare che divenne particolarmente sanguinosa e isolazionista a partire dal 1962, anno in cui il paese cambiò nome, diventando Myanmar. I Karen, così come molte altre minoranze trasformarono le loro richieste pacifiche in una vera e propria guerriglia armata, fondando l’Unione Nazionale Karen che dal 1976 combatte l’esercito nazionale e cerca di difendere i propri territori e villaggi dalle continue incursioni, violenze e bombardamenti che i militari perpetrano ai danni del popolo. Si stima che dal 1960 i civili sfollati siano oltre un milione e mezzo, alcuni si sono allontanati dai loro territori d’origine per migrare verso zone più sicure, altri si sono rifugiati nella vicina Thailandia che ne conta circa 400mila, in Myanmar sono ancora presenti circa 4 milioni di Karen.

Nel 2016 con l’elezione a presidente di Aung San Suu Ky, premio Nobel per la pace, la politica internazionale e tutte le minoranze del Myanmar hanno sperato in una maggiore attenzione verso i diritti civili di ogni cittadino e nel riconoscimento, se non dell’indipendenza almeno dell’autonomia federale degli stati etnici di fatto presenti nel paese. Così non è stato, infatti la persecuzione verso le minoranze Karen e non solo (pensiamo ai tristemente famosi Rohingya ma anche ai Kachin e ai Shan) continua e non accenna a trovare soluzione. Nonostante i rapporti delle Nazioni Unite, nonostante le denunce delle numerose associazioni umanitarie che operano sul territorio e nei campi di accoglienza, nonostante il territorio Karen sia stato addirittura dichiarato black area (in cui vige la legge marziale e non sono garantiti i diritti umani) nonostante ormai si possa parlare chiaramente di pulizia etnica, le minoranze in Myanmar continuano ad essere minacciate nel completo immobilismo del mondo.

Risulta difficile non chiedersi quanto di tutto ciò dipenda dagli interessi economici non solo nazionali ma anche internazionali. L’etnia Karen non è per nulla omogenea, come sarebbe facile immaginare, ma formata da numerosi piccoli gruppi etnici tra cui la tribù Padaung, quella delle famose “donne giraffa”, che fuggendo dall’ex Birmania si trovano oggi in Thailandia e i cui villaggi sono i più frequentati dai turisti di tutto il mondo. Anche se più che villaggi forse sarebbe opportuno definire questi luoghi delle prigioni. Infatti il governo thailandese ha rifiutato ai Padaung lo status di rifugiati politici, costringendoli a trasformarsi in attrazione turistica; gli è vietato lavorare, non avendo la cittadinanza thailandese, così come gli è proibito uscire dalle aree a loro riservate, aree in cui le loro antiche tradizioni sono accentuate e mercificate al servizio del turismo. Superfluo soffermarsi sull’impatto economico che i tour presso i villaggi delle “donne giraffa” hanno sull’economia del paese per comprendere il motivo di tale scelta politica. Allo stesso modo non sembra casuale che il governo del Myanmar non voglia concedere l’indipendenza ai Karen, sapendo che il suolo sul quale si stabilirono a partire dal 750 a.C (dopo essere migrati da territori compresi tra Tibet e Mongolia) e che rivendicano è ricco di materie prime. Legname, gas naturale, pietre preziose e oro  appaiono strettamente legati alla volontà annientare questo popolo originariamente pacifico, che negli anni si è trasformato in una minoranza torturata e pericolosamente prossima all’oblio.

Autore: Sara Giacomelli in collaborazione con Simone Pasotti

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